Gian Paolo Valcavi

Smart Working: un possibile modello di contratto

Ieri è stato approvato il DPCM 11 marzo 2020, che, nel bloccare qualunque attività connessa alla distribuzione ed al commercio (con l’esclusione dei servizi essenziali, quali farmacie, alimentari, giornalai, ecc…), non ha vietato la prosecuzione delle attività lavorative in generale.

Infatti, il punto 7 dell’art. 1 del DPCM, nell’imporre alcune raccomandazioni per le attività produttive e le attività professionali, implicitamente ammette che le stesse non sono vietate in assoluto come accaduto per quelle commerciali.

Scorrendo il testo del DPCM si nota che, tra le raccomandazioni contenute nell’art. 1, punto 7 per la prosecuzione delle attività lavorative non vietate, c’è l’invito al “…massimo utilizzo da parte delle imprese di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza”.

Nella speranza di agevolare l’attuazione di tale raccomandazione, si allega un modello di accordo di smart working.

Il modello cerca da un lato di affrontare la spinosa questione della tutela della salute e sicurezza, da un lato imponendo l’utilizzo degli spazi di casa privata, quale unico luogo in cui lo smart working è concesso.

Ciò, se costituisce una buona norma in ogni caso di adozione dello smart working, diventa oggi, a fronte delle misure di cui al citato DPCM ed al generale divieto di circolazione se non per comprovate ragioni, una necessità.

Il modello contiene anche un allegato relativo alle regole sulla salute e sicurezza che lo smart worker deve rispettare.

Particolare attenzione è stata poi data alla tutela dei dati riservati aziendali ed a come vengono utilizzate le risorse informatiche aziendali.

Si tratta di un fondamentale asset aziendale, che deve essere protetto da usi distorti o pericolosi.

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Gian Paolo Valcavi

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