Gian Paolo Valcavi

La centralità della formazione nel mondo del lavoro

Durante una visita ad un avanzatissimo centro di ricerca genovese sono stato colpito dal fatto che i lavoratori più specializzati ambivano a non legarsi al posto fisso, volendo avere la possibilità, una volta terminato il progetto, di cambiare e scegliere. Ciò è l’esatto opposto del sogno dei Gig workers, che a Londra contro Uber ed a Torino contro Foodora si erano rivolti al giudice per vedersi riconosciuti come dipendenti. Due approcci opposti nella stessa nazione e nel medesimo periodo: da un lato chi, grazie alla propria professionalità sempre aggiornata, mira ad essere occupabile e vuole cambiare lavoro; dall’altro chi lotta per avere e conservare il singolo posto di lavoro.

La domanda su cosa stia succedendo nel mondo del lavoro sorge spontanea e la risposta è resa ancora più complicata dalla crescente diffusione dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.

Da tempo, infatti, si segnala come la diffusione dell’intelligenza artificiale e la definitiva affermazione della Quarta Rivoluzione Industriale avranno effetti notevoli su molte attività lavorative, con la conseguente scomparsa di numerosi posti di lavoro o la creazione di nuovi poveri, i cosiddetti clickworker o crowdworker. I vari studi giungono alla conclusione della definitiva sparizione di numerose professionalità, poiché sostituite dall’automazione. Così, ad esempio, si prevede che negli Stati Uniti il 47% delle attività lavorative sia a rischio per via dell’automazione o che lo scenario relativo allo sviluppo del mondo del lavoro sino al 2030 vedrà applicata l’automazione a circa il 60% delle professioni, con un conseguente effetto negativo per circa il 33% delle posizioni lavorative. Altre stime segnalano fortunatamente un impatto dell’automazione con percentuali inferiori, ma comunque significative. Da tali analisi un dato emerge con chiarezza: chi ha una professionalità elevata non sempre mira al posto fisso, e subirà in modo minore gli effetti dell’automazione; all’opposto molti lavoratori, privi di competenze aggiornate ed elevate, dovranno ripensare alle proprie attività e rivedere le proprie competenze poiché chiamati a competere non solo con prestatori di lavoro appartenenti a paesi più poveri (e quindi a minor costo), ma con robot e computer.

È evidente che l’impatto dell’innovazioni tecnologiche può essere attenuato solo se il singolo lavoratore possiede competenze sempre aggiornate: in tal modo egli si assicura occupabilità e tutela non dell’attuale posto di lavoro (teoricamente soggetto alla possibile aggressione da parte delle nuove tecnologie), ma del lavoro in genere. Per questo motivo i lavoratori del centro di ricerca di cui si parlava all’inizio possono permettersi il lusso di scegliere e di vedere il posto fisso non come un vantaggio, ma come un vincolo da cui fuggire. All’opposto è per questo che i Gig workers, chiamati ad agire con competenze non elevate e sostituibili, sono destinati ad essere facilmente soppiantati dall’intelligenza artificiale o da altri lavoratori disposti ad accettare condizioni di lavoro al ribasso e devono lottare per il singolo posto di lavoro.

La parola magica che deve governare le strategie del mercato del lavoro per facilitare l’occupabilità del lavoratore è, quindi, il Long Life Learning, cioè un apprendimento (sia formale, che informale) durante tutta la vita lavorativa del singolo, che permette di mantenere aggiornate le competenze e le professionalità possedute.

Purtroppo, l’Italia non brilla su questo versante, sia per la composizione della popolazione attiva, sia perché l’effettiva partecipazione dei lavoratori a percorsi di Life Long Learning è stata sempre rimessa alla lungimiranza di datori di lavoro e lavoratori, quasi che non si trattasse di una scelta obbligata e strategica, ma di una semplice possibilità eventuale.

Il mercato del lavoro spinge in una direzione che impone, ai fini della conservazione del maggior numero di posti di lavoro attualmente esistenti e di gestire al meglio l’implementazione delle nuove tecnologie, l’individuazione di un diritto/dovere di natura formativa.

Solo con la collocazione della formazione nell’ambito dei diritti/doveri connessi al contratto di lavoro (al pari della retribuzione e dello svolgimento di una prestazione diligente) e abbandonando l’idea che l’aggiornamento professionale sia una semplice opzione (rimessa alla buona volontà delle parti), si può garantire la futura occupabilità dei lavoratori italiani. Di questo sembrano essersi resi conto da tempo le parti sociali, che hanno introdotto in alcuni CCNL specifiche previsione sul punto. Basti un esempio: il CCNL Metalmeccanici Industria prevede un diritto del lavoratore alla formazione continua, rafforzato da un sistema sanzionatorio nel caso in cui il datore di lavoro non dia attuazione al proprio dovere (contraltare del diritto del lavoratore).

Questa è la corretta linea di condotta su cui costruire il futuro del mercato del lavoro e su cui si faranno ulteriori riflessioni nel prossimo articolo.

Avv. Gian Paolo Valcavi


Articolo pubblicato su Linc Magazine