Gian Paolo Valcavi

Licenziamento disciplinare: quando spetta la reintegrazione?

Premessa

Uno dei temi più delicati è costituito dagli effetti (risarcitori o reintegratori) di un uso non corretto ed eccessivo del potere disciplinare.

Il caso

Un dipendente era stato trovato a dormire durante l’orario di lavoro notturno e, dopo la contestazione disciplinare, era stato licenziato.

Di fronte alla sua impugnazione del recesso, i giudici di primo e secondo grado avevano dato ragione al dipendente, sottolineando come l’infrazione fosse espressamente sanzionata dal CCNL con una sanzione conservativa, dovendo il fatto essere qualificato come “abbandono del posto di lavoro“.

In altri termini, i giudici avevano fatto applicazione di un principio ormai consolidato, che vede nel codice disciplinare contenuto nel CCNL un riferimento essenziale che impedisce al datore di lavoro di valutare in modo differente, rispetto a quanto fatto dalle parti sociali, la gravità del fatto.

Ciò anche in applicazione dell’art. 30 della Legge 183/ 2010 (c.d. Collegato Lavoro) per cui, nel valutare le motivazioni poste a base del licenziamento, il giudice deve tenere conto delle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato
motivo presenti nei contratti collettivi di lavoro stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi ovvero nei contratti individuali
di lavoro ove stipulati con l’assistenza e la consulenza delle commissioni di certificazione di cui al titolo VIII del d lgs 276 03.

I principi affermati dalla Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, investita del caso ad opera del datore di lavoro, con sentenza n. 12365 del 9 maggio 2019, dopo aver effettuato un’ampia disamina sulle varie ipotesi previste dall’art. 18 S.L., ha affermato che il giudice di merito può annullare il recesso e disporre la reintegra nel posto di lavoro soltanto nel caso in cui la mancanza di natura disciplinare sia espressamente sanzionata con una misura conservativa.

Secondo la Suprema Corte, dopo le riforme dell’art. 18 S.L. contenute nella L. 92/2012, affinché sussista una tutela reintegratoria è necessario che vi sia stato un abuso nel potere disciplinare da imputare al datore di lavoro, evidenziato dall’aver utilizzato una sanzione più severa (licenziamento) in luogo di quella conservativa prevista dal CCNL.

Ciò in quanto, sulla base del combinato disposto dell’art. 18 S.L., 3° e 4° comma, la tutela reintegratoria costituisce un’eccezione rispetto alla regola della tutela meramente risarcitoria (12/24 mensilità).

Pertanto, il giudice di merito deve sempre effettuare un’analisi approfondita volta a qualificare correttamente il fatto per poi valutare se, sulla base delle previsioni del CCNL, il fatto contestato sia punito con una sanzione espulsiva o meramente conservativa.

Solo laddove si ricada in quest’ultima ipotesi, e, quindi, in maniera univoca emerga che il CCNL preveda che a quel determinato fatto consegua una sanzione meramente conservativa, si deve applicare la tutela reintegratoria. Ciò in quanto si ricadrebbe in un’ipotesi di abuso dell’esercizio del potere disciplinare.

La soluzione prospettata

Passando, quindi, al caso di specie, la Corte di Cassazione ha ritenuto che vi fosse stata un’errata lettura e qualificazione dei fatti, poichè gli stessi non potevano essere qualificati come semplice allontanamento dal posto di lavoro, avendo i giudici di primo e secondo grado omesso di considerare la natura fraudolenta ed elusiva del comportamento del lavoratore, che si era volontariamente sottratto al controllo datoriale durante il servizio.

Sulla base di una tale diversa qualificazione del fatto e della conseguente non sua riconducibilità ad una delle ipotesi punite dal codice disciplinare del CCNL con una sanzione conservativa, la Suprema Corte ha escluso che il potere disciplinare fosse stato esercitato con un abuso e, conseguentemente, ha escluso l’applicabilità della reintegrazione.

In tale caso, quindi, “non potendo ritenersi ricollegabile la condotta tenuta dal L. con la tipizzazione contenuta nel CCNL di settore, e, dunque, dovendo escludersi, per il fatto de quo l’assoggettabilità a sanzione conservativa, il giudice dovrà procedere nuovamente all’accertamento della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo soggettivo (…) e, nel caso ritenga sproporzionata la sanzione espulsiva adottata, dovrà – in sede di valutazione del regime sanzionatorio da applicare – applicare il regime generale della tutela risarcitoria dettato dal comma 5, dovendosi escludere la ricorrenza dei presupposti di legge per l’applicazione della tutela reintegratoria“.

Gian Paolo Valcavipartner SCF Studio Legale