Gian Paolo Valcavi

Patto di prova: se è invalido il recesso deve essere trattato come un licenziamento

Premessa

Il patto di prova permette, come è noto, la libera recedibilità dal rapporto di lavoro.

Ciò a prescindere da quale qualificazione giuridica del patto si prediliga (clausola risolutiva; condizione risolutiva meramente potestativa; condizione sospensiva della durata indeterminata del rapporto).

Uno dei temi connessi al patto di prova è quello di comprendere quale sia il regime sanzionatorio applicabile nel caso in cui il patto risulti invalido.

La soluzione data da Cass. Civ. Sez. lavoro, 3 luglio 2018, n. 17358

La Suprema Corte ha recentemente fornito una chiara indicazione su cosa accada nell’ipotesi in cui sia stato esercitato il recesso per mancato superamento della prova, laddove il relativo patto sia affetto da nullità (nel caso specifico in quanto di durata superiore rispetto a quanto previsto, per lo specifico profilo professionale, dal CCNL applicato).

La libera recedibilità nell’ambito del patto di prova presuppone che il patto di prova sia stato validamente apposto. Se, pertanto, difettano i requisiti di sostanza e di forma richiesti dalla legge, la nullità della clausola (parziale rispetto all’intero contratto) ne determina la conversione – in senso atecnico – in un rapporto di lavoro “ordinario” a tempo indeterminato.

In sostanza, a fronte della nullità del patto non vi è altra strada, secondo la Corte di Cassazione, che quella di qualificare il recesso come licenziamento, con applicabilità del relativo regime di tutela in ipotesi di licenziamenti individuali illegittimi, dovendo procedersi alla verifica giudiziale della sussistenza o meno della giusta causa o del giustificato motivo.

Effetto di ciò è, quindi, l’applicazione della tutela prevista dall’art. 18 Statuto dei Lavoratori (o quella di cui al D.lgs. 23/2015, ratione temporis), salvo che il datore di lavoro, a ciò onerato, non alleghi e dimostri l’insussistenza del relativo requisito dimensionale.

Gian Paolo Valcavi