Vendita o appalto: come distiguerli?

Premessa

Come capire in modo chiaro se un contratto è qualificabile come vendita o come appalto?

La giurisprudenza ricorre ad alcuni criteri fondamentali.

I due criteri più utilizzati

I criteri maggiormente utilizzati sono due:

  • uno di tipo oggettivo e
  • uno di tipo soggettivo.

Secondo parte maggioritaria della giurisprudenza tali criteri sono da verificarsi congiuntamente in connessione l’uno con l’altro (Trib. Milano, 22 gennaio 2018; Trib. Pisa, 07 luglio 2017; Cass. n. 7624/2013).

Secondo una parte minoritaria del formante giurisprudenziale il criterio soggettivo rappresenta un criterio suppletivo, rispetto a quello oggettivo, che sarebbe quello prevalente (Cass. n. 6925/2011).

Il criterio oggettivo

Il criterio oggettivo è quello che attribuisce un peso determinante alla prevalenza o meno del lavoro rispetto alla fornitura della materia.

Il singolo contratto, quindi, può essere qualificato come appalto se la fornitura della materia costituisce un mezzo per la produzione del bene ed il lavoro lo scopo essenziale del negozio.

Al contrario, si ha a che fare con una vendita se il lavoro costituisce un mezzo per la trasformazione della materia e il conseguimento del bene lo scopo essenziale del negozio (Trib. Milano, 22 gennaio 2018; Cass. n. 6925/2011; Cass. n. 11602/2002).

Il criterio soggettivo

Il criterio soggettivo, invece, è quello che attribuisce rilevanza alla volontà dei contraenti.

In altri termini, “si ha appalto quando la prestazione della materia costituisce un mezzo per la produzione dell’opera ed il lavoro è lo scopo essenziale del negozio, di modo che le modifiche da apportare alle cose, pur rientranti nella formale attività produttiva dell’imprenditore che si obbliga a fornirle ad altri, consistono non già in accorgimenti marginali e secondari diretti ad adattarle alle specifiche esigenze del destinatario della prestazione, ma sono tali da dare luogo ad un opus perfectum, inteso come effettivo e voluto risultato della prestazione e configurato in modo che la prestazione d’opera assuma, non tanto per l’’aspetto quantitativo, ma piuttosto sul piano qualitativo e sotto il profilo teleologico, valore determinante al fine del risultato da fornire alla controparte” (Cass. n. 7624/2013).

Un terzo criterio distintivo

Altro criterio a cui i Giudici fanno riferimento è quello della “normale produzione”.

Il contratto è una vendita nel caso in cui il suo oggetto rientri nella normale produzione dell’imprenditore, anche nel caso in cui quest’ultimo apporti al bene alcune modifiche (di forma, misura e qualità) di carattere marginale per adattarlo alle esigenze dell’altra parte.

Deve, invece, qualificarsi come appalto nel caso in cui le modifiche apportate dall’imprenditore siano sostanziali e tali da dar luogo a un prodotto diverso rispetto a quello normalmente prodotto, richiedendo altresì un cambiamento dei mezzi di produzione per la lavorazione in serie.

Si ha, quindi, a che fare con:

  • una vendita di cosa futura se le modifiche apportate non snaturano le caratteristiche essenziali del prodotto, ma consistono in accorgimenti marginali e secondari, dirette ad adattarlo alle specifiche esigenze dell’acquirente;
  • un contratto di appalto allorché le modifiche siano tali da dar luogo ad un prodotto diverso, nella sua essenza, da quello realizzato normalmente dal fornitore, richiedendo un cambiamento dei mezzi di produzione predisposti per la lavorazione di serie (Cass. 28/6/80 n. 4097; id. S.U. 17/2/83, n. 1196; id 11/6/1983 n. 4020).

Un possibile suggerimento pratico

Stante, quindi, la non sussistenza di un criterio univoco utilizzato dal formante giurisprudenziale per qualificare il contratto come vendita o appalto, un consiglio pratico può essere quello di enfatizzare (ad esempio nell’ambito delle premesse) lo specifico scopo perseguito dalle parti e, quindi, la volontà di concludere un contratto di un tipo o di un altro.

Francesca Bertinetti                                                        Claudio Ceriani